Il ricordo di due giovani degli anni venti

 

Ci ricordiamo che si giocava allora nella piazzetta delle scuole fra ciottoli, polvere a fango con una specie di palla confezionata con carta accartocciata o stracci.
Come calzature si avevano i «soi» (zoccoli di legno) bordati nella punta con una «regia» (sottile lamiera).

Una volta, causa un mancato rinvio, una di queste «soi» uscì dal piede (scalzo) di un giocatore e colpì un compagno nel «cupin» (nuca) provocandogli una leggera ferita. Il giorno dopo apparve nella piazza un cartello con la scritta - Proibito il gioco della palla sulla piazza comunale -.

Cominciarono allora altri guai: giocando nei prati la palla di carta non scorreva, non ci era permesso giocare in primavera perché spuntava I'erba, in estate perché c'era il fieno, in autunno il pascolo ed in inverno la neve.

Ma non si rinuncia, anzi ci si procura un pallone di «curam» (cuoio) semisgualcito, lo si ripara con una «lesna» (punteruolo), si rimette una pezza alla camera d'aria, si cuce il tutto con una «gugia da bast» e poi si gonfia a turno con il nostro fiato.

II primo pallone era una grossa sfera con qualche gobba ma che per noi era già qualcosa di speciale.

II campo invece si doveva cambiare spesso a causa dei divieti dei proprietari. Se riuscivamo a procurarcene uno, questo era delimitato da una «rungia» (canale per l'irrigazione), le porte senza reti erano delimitate da «scarun» (paletti per far arrampicare i fagioli) e non c'era l'asta superiore orizzontale per cui nascevano continuamente discussioni per la validita del punto segnato.

Però giocavamo con foga e grande divertimento.

Dopo la partita, non avendo il bagno in casa nostra ci si recava poi in «tinera» per una sommaria pulizia almeno alle gambe immergendole nella «bogia» (mastello in legno) ma poi qualche volta appariva il «crock» (leggere incrostazioni), mentre i nostri giovani dopo la doccia vanno al bar a bere la coca accompagnati dalle loro ragazze, noi si passava alla stalla per governare il bestiame.

Non si toglievano neanche i calzoncini lunghi fino al ginocchio ricavati da lenzuola usate.

Le prime scarpe bullonate fecero un grande effetto e chi se Ie poteva permettere era guardato con una punta d'invidia. Per raccontare tutte Ie vicissitudini da allora a oggi si potrebbe scrivere un libro.

Quando ora, alla radio o alla televisione, vengono interrogate persone anziane di solito si sente dire "ma l'eva mei cume nügn, una volta.....", invece secondo noi non è vero, o forse sotto sotto, la nostalgia è soltanto per la giovinezza che non c'è più.

Auguri comunque al F. C. Camorino perché rimanga sempre giovane e possa raggiungere in buona salute altri traguardi.

Plinio Mozzini e Federico Ghisletta